Le interfacce cervello-computer cambiano la relazione tra persona e macchina. Serve un’etica della responsabilità e della tutela identitaria.
Le BCI invasive (Brain-Computer Interfaces) permettono di collegare direttamente il cervello umano a un dispositivo digitale. Usate in ambito clinico per restituire movimento o comunicazione a persone paralizzate, aprono però sfide inedite: il rischio di dipendenza tecnologica, la trasformazione dell’identità personale, la vulnerabilità alla manipolazione dei dati neurali.
Alcuni pazienti riferiscono cambiamenti nella percezione del sé o nell’esperienza emotiva dopo l’impianto. Inoltre, il confine tra terapia e potenziamento è sempre più sfumato. Gli autori propongono un modello di consenso informato “dinamico”, aggiornato nel tempo, e la creazione di neurodiritti specifici (privacy mentale, libertà cognitiva).
Fonte: Brain Stimulation Journal – “How I became myself after merging with a computer”