Interfacce cervello-computer invasive: autonomia, identità e nuove vulnerabilità

Le interfacce cervello-computer cambiano la relazione tra persona e macchina. Serve un’etica della responsabilità e della tutela identitaria.

Le BCI invasive (Brain-Computer Interfaces) permettono di collegare direttamente il cervello umano a un dispositivo digitale. Usate in ambito clinico per restituire movimento o comunicazione a persone paralizzate, aprono però sfide inedite: il rischio di dipendenza tecnologica, la trasformazione dell’identità personale, la vulnerabilità alla manipolazione dei dati neurali.

Alcuni pazienti riferiscono cambiamenti nella percezione del sé o nell’esperienza emotiva dopo l’impianto. Inoltre, il confine tra terapia e potenziamento è sempre più sfumato. Gli autori propongono un modello di consenso informato “dinamico”, aggiornato nel tempo, e la creazione di neurodiritti specifici (privacy mentale, libertà cognitiva).

Fonte: Brain Stimulation Journal – “How I became myself after merging with a computer”

Pubblicato da aprilemielabbra

“Anche oggi il mio cuore è morto più volte, ma ogni volta ha ripreso a vivere. Io dico addio di minuto in minuto e mi libero da ogni esteriorità. Recido le funi che mi tengono ancora legata, imbarco tutto quel che mi serve per intraprendere il viaggio. Ora sono seduta sulla sponda di un canale silenzioso, le gambe penzolanti dal muro di pietra, e mi chiedo se il mio cuore non diventerà così sfinito e consunto da non poter più volare liberamente come un uccello”. Hetty Hillesum

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